Stuprate solo perché bianche e cristiane!

nowak Henry diego petrucci fratelli d'italia la verità
epaselect epa11809353 A person walks past telephone booths on Whitehall in London, Britain, 06 January 2025, with the Palace of Westminster, home to the Houses of Parliament, in the background. The UK House of Commons returns from the Christmas recess on 06 January 2025.  EPA/TOLGA AKMEN Dostawca: PAP/EPA.
Riporto un interessante articolo di Matteo Carnieletto pubblicato da La Verità il 3 giugno 2026.

Quando, due giorni fa, il parlamentare britannico Rupert Lowe si è presenta­to di fronte ai suoi colleghi aveva con sé dei fogli di carta. Su di essi non c’era scritto solamente il discor­so che avrebbe dovuto tenere ma anche, e soprattut­to, le testimonianze delle vittime delle grooming gang, le bande di pachista­ni che, a partire dal 2001, hanno violentato giovani , ragazze (spesso minorenni bianche) in modo organiz­zato. Una rete criminale diffusa in almeno 85 aree del Regno Unito che, a lun­go, ha agito nell’ombra. 
Lowe ha letto le testimo­nianze delle vittime e ha chiesto al Parlamento bri­tannico di agire. Ha chiesto di farlo «finalmente», visto che per tanto tempo i poli­tici di sinistra hanno fatto il possibile per minimizzare il caso. Di fronte alle testi­monianze di queste ragazze però, non si può rima­nere in silenzio. C’è chi racconta di essere stata abusata con una bottiglia e chi, invece, ha subito così tante violenze e così, brutali da non riuscire più a seder­si per lungo tempo. Un’al­tra, giovanissima, ha dovu­to cedere il posto in cui dormiva a dei cani perché, per le gang di pachistani, quelle donne valevano poco o nulla. Dovevano essere umiliate in ogni modo. A volte erano costrette ad avere rapporti perfino con gli animali: «Credo che la cosa più spaventosa sia stata non avere la minima idea di cosa stesse succedendo. C’erano uomini intorno a me non inorriditi, non disgustati – che non mi aiutavano, ma filmavano e ridevano, scommettendo se davvero il cane mi avrebbe violentata o meno. Si, sono stata violentata da un ca­ne, ha raccontato una vittima. Non erano considerate persone. Erano brandelli di carne o poco più. Una vittima racconta l’atteggiamento del suo aguzzino: «Mi ha afferrato il viso, mi ha fissata dritto negli occhi e voleva vedermi crollare. Ci è riuscito». Un’altra ha raccontato di esser stata abusata da almeno 6oo uomini nel corso della sua vita. Quelle ragazze erano occidentali, dovevano essere punite. Una delle ragazze abusate racconta infatti che i carnefici facevano costantemente commenti sul fatto che «le ragazze bianche fossero considerate meno morali e con valori inferiori, mentre le ragazze musulmane venivano descritte da alcuni uomini come dotate di dignità e di una posizione morale più elevata». Il periodo peggiore per loro era quello delle celebrazioni islamiche: «Le cose degeneravano durante l’Eid e le festività. Le feste diventavano più grandi, più violente e caotiche. C’era sempre più gente coinvolta, sempre più ragazze coinvolte. Le feste erano semplicemente più grandi», racconta un’altra vittima. Ci sono voluti oltre dieci anni per arrivare alle prime condanne dei carnefici. Dieci anni in cui gli enti pubblici si sono, macchiati di grandi negligenze», come riporta il report realizzato da Lowe. Il rischio di passa­re per razzisti era troppo alto. Era meglio tacere di fronte a quello strano via vai di macchine che si pre­sentavano di fronte alle ca­se suonando il clacson per lasciare le ragazzine e, infi­ne, sparire. Meglio chiude­re gli occhi.

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Lo stesso ragionamento che hanno fatto i poliziotti che hanno lascia­to che Henry Nowak moris­se dissanguato a soli 18 an­ni dopo esser stato accoltel­lato da un sikh, Fiekrum Digwa. Il video della sua agonia è agghiacciante. Il giovane britannico è dispe­rato. «Mi hanno colpito», dice. E poi, citando involon­tariamente George Floyd, «non riesco a respirare». I poliziotti non gli credono. Non è di colore. Si fidano di Digwa, che ha detto di aver subito insulti di stampo razzista. Aveva mentito, ma tutti gli hanno creduto. Tra un bianco e un sikh è me­glio fidarsi di quest’ultimo, almeno non si rischia di essere accusati di razzi­smo. Henry però è morto come un cane. Mentre sta per esalare il suo ultimo respiro dicendo di esser fe­rito, un poliziotto lo sfotte: «Non credo proprio, ami­co». E poi ancora: «Non riesco a respirare».
Non era Floyd. Non ci sarà nessuna protesta per lui. Nessun giornale progressista gli dedicherà titoli strazianti. Digwa, che ha ricevuto l’ergastolo, era un crimina­le perfino per la sua stessa comunità. Per anni, infatti, aveva insegnato Gatka, l’an­tica arte marziale del Pun­jab, agli altri sikh. Era però stato allontanato perché non si comportava bene. Continuava a mentire, pro­prio come ha fatto dopo aver accoltellato Nowak. Non contento, una volta cacciato, come ha racconta­to il Daily Modi, ha rubato oltre mille sterline di armi che erano state acquistate con i soldi della comunità. «Era piuttosto aggressivo e brutale per le strade. Era­vamo preoccupati», fanno sapere alcuni sikh che lo hanno conosciuto. E che infatti lo avevano scaricato.

Nigel Farage ha parlato di una «cultura a due velocità, dove i diritti dei bianchi contano meno di quelli del le minoranze etniche». Dif­ficile dargli torto.