Quando lo spazio pubblico dimentica la nostra identità

diego petrucci vicepresidente del consiglio regionale toscana, campo da basket basketball diplomacy
Il campo da basket – o meglio il playground – non è neutrale: quando lo spazio pubblico dimentica la nostra identità. La basketball diplomacy.
Antonio Gramsci, pur scrivendo molti decenni prima della globalizzazione, già teorizzava come l’egemonia culturale si affermi non con la coercizione, ma rendendo “naturali” i propri simboli, valori e stili di vita.
Negli ultimi anni le città italiane hanno visto moltiplicarsi i campi da basket, spesso realizzati con fondi pubblici e presentati come simboli di modernità, inclusione e riqualificazione urbana. Eppure pochi sembrano porsi una domanda semplice: perché proprio il basket?
L’Italia possiede una tradizione sportiva e popolare ricchissima. A partire dal calcio e da quei campetti di periferia che hanno accompagnato intere generazioni, ed invece assistiamo a una crescente omologazione degli spazi urbani secondo modelli importati. Una sorta di lenta, ma profonda, assuefazione.
Il basket non nasce nella tradizione italiana. La sua enorme diffusione è il risultato della straordinaria capacità degli Stati Uniti di esportare il proprio immaginario attraverso cinema, televisione, musica, moda e sport. E proprio l’NBA è diventata uno dei principali strumenti del soft power americano e ha contribuito a diffondere nel mondo la cultura afroamericana come uno specifico modello culturale. Diversi studiosi, da Joseph Nye a Herbert Schiller, hanno analizzato il modo in cui gli Stati Uniti esercitano un’influenza culturale attraverso i media, lo sport e l’intrattenimento. In questo quadro il basket rappresenta uno dei simboli più efficaci e la crescente diffusione dei campi da basket nelle città italiane non può che essere letta come una manifestazione dell’americanizzazione degli spazi pubblici, a fronte della progressiva scomparsa di luoghi tradizionali come i campetti da calcio di quartiere.
Gerald R. Gems stimato storico dello sport e Professore Emerito, riconosciuto a livello internazionale come una delle figure di spicco nello studio della storia sociale e culturale dello sport, nel suo The Athletic Crusade: Sport and American Cultural Imperialism, sostiene che gli sport americani siano stati storicamente utilizzati come strumenti di espansione dell’influenza culturale degli Stati Uniti e che lo sport abbia rappresentato un mezzo di diffusione di valori, modelli sociali e culturali. Insomma la basketball diplomacy è diventata negli anni una vera e propria strategia.
Intendiamoci: il problema non è il basket in sé, che rimane uno sport nobile e rispettabile, né tantomeno chi lo pratica. Il problema nasce quando le amministrazioni pubbliche finiscono per privilegiare sistematicamente modelli culturali d’importazione, trascurando la valorizzazione delle tradizioni sportive e popolari che appartengono alla storia delle nostre comunità.

Quando si osserva ciò che sta accadendo nei nostri quartieri si può, quindi, prendere coscienza di come questo fenomeno rischia di assumere i contorni di una vera e propria sostituzione culturale. Mentre aumentano i playground dedicati al basket, sono praticamente scomparsi i campetti da calcio liberi che per decenni hanno rappresentato il luogo di incontro e di crescita di milioni di ragazzi italiani. Intere generazioni hanno imparato a giocare a pallone sotto casa, senza allenatori, senza quote di iscrizione e senza orari prestabiliti. Oggi, invece, il calcio è sempre più confinato alle scuole calcio, che svolgono un ruolo importante ma non possono sostituire la spontaneità del gioco libero. Per questo dovrebbe aprirsi una riflessione sulle priorità degli investimenti pubblici. Se davvero vogliamo favorire lo sport di base, perché non avviare un grande progetto nazionale e locale per riportare campetti da calcio gratuiti nei quartieri e nelle città? Spazi aperti, accessibili a tutti, dove bambini e ragazzi possano ritrovare una parte della nostra tradizione sportiva e della nostra identità popolare.

Esiste poi un ulteriore aspetto che viene raramente considerato: quello dell’impatto acustico. Un campo da basket è normalmente realizzato su superfici rigide in cemento o resina. Il continuo rimbalzo del pallone produce un rumore secco e ripetitivo che può protrarsi per molte ore al giorno, creando disagi soprattutto quando gli impianti sono collocati a ridosso delle abitazioni. Un campetto da calcio, specie se realizzato su erba naturale o sintetica, genera generalmente un impatto acustico differente e, per quanto possa essere frequentato e vivace, non è caratterizzato dal rumore costante e cadenzato del rimbalzo del pallone sul cemento. Anche questo elemento dovrebbe essere attentamente valutato nella progettazione degli spazi pubblici, conciliando il diritto allo sport con quello dei residenti alla tranquillità.

Non si tratta di chiudersi al mondo né di rifiutare ciò che proviene dall’estero. Si tratta di evitare che l’imitazione diventi sostituzione. Ogni volta che uno spazio pubblico viene progettato, esso trasmette anche un messaggio culturale. Una comunità dovrebbe interrogarsi su quali simboli intenda consegnare alle nuove generazioni e su quale patrimonio voglia preservare.

La modernità non consiste nel replicare modelli altrui, ma nel saper innovare senza rinunciare alle proprie radici. Difendere la nostra identità culturale significa anche difendere i luoghi in cui essa è cresciuta. Ecco perché oggi serve una scelta chiara: riportare il campetto da calcio libero al centro dei nostri quartieri, restituendo ai ragazzi uno spazio gratuito, popolare e profondamente italiano.